giovedì 24 aprile 2014

Invasioni digitali




Invasioni digitali è una fantastica idea  nata per valorizzare l’arte italiana 

Una delle tante? No! 
E’ un’azione di grande attualità che contribuisce a promuovere l’immenso patrimonio artistico italiano attraverso la voglia della gente di raccontarlo, grazie semplicemente alla tecnologia che abbiamo in tasca.

L’elemento stimolante è proprio la voglia, che lo fa diventare un evento appassionante


Da oggi fino al 4 maggio, gli amanti dell’arte con un profilo social potranno recarsi in uno dei tanti luoghi d’arte aderenti al progetto, fare foto e video, pubblicarli, ed aggiungere la loro personale descrizione, il loro racconto

Ecco, lo storytelling di cui tanto giustamente si parla viene intessuto da ciascuno in una trama comune: gli hashtag infatti permetteranno a tutti di seguire l’evento in generale (#invasionidigitali) o qualcuno in particolare.
Io seguirò da vicino gli straordinari Giganti di Mont’e Prama (#monteprama), le affascinanti e misteriose statue, risalenti a più di tremila (!!!) anni fa, appena riportate alla conoscenza della gente. Si farà il 2 maggio


Un percorso travagliato, il loro: trent’anni dimenticati negli sgabuzzini di un museo poi un restauro decennale ed infine separate in due distanti musei, trasportate come neppure un rigattiere farebbe: la scritta “fragile" nella foto accanto ha dell’irridente.
C’è chi maligna che, valorizzandole, si costringerebbe a riconsiderare larga parte della preistoria mediterranea, con buona pace di tanta Accademia
Ma non è di questo che voglio parlare


Invasionidigitali valorizza la principale risorsa economica italiana na anche sarda: l’arte e l’archeologia. E’ bello e importante che in tanti partecipino. Come fare? E’ davvero semplice:
-     *   scegliere il sito da “invadere”, sono tutti regolarmente autorizzati. Il più vicino, o il più affascinante, qui l’elenco
-  * fotografare o filmare le opere che più ti intrigano
-   * postarle sui tuoi account: Fb, twitter, instagram e via dicendo, ricordando di aggiungere due hashtag: quello generale  #invasionidigitali e quello del luogo in particolare, nel mio caso #monteprama
-     *commentare, raccontare, dire. Aggiungerci il tuo, l’emozione che ti trasmette, il motivo per cui ti seduce e che ti porta ad ammirarle e a condividerle



     Molti siti saranno aperti gratuitamente agli invasori.
Trovo il progetto bellissimo: istruttivo, utile, divertente, socializzante. Molto più efficace, a livello promozionale, della maggior parte delle campagne di marketing territoriale. Non ha nessun costo, ma sfrutta un’energia: l’amore per l’arte e per la tua terra.

Partecipi?


mercoledì 15 gennaio 2014

Anonima Facebook

Ampi dibattiti si sviluppano, nell’era del commento on line,  sul dilemma: censura o non censura?
Il 2.0 infatti ha sortito l’effetto che fa un grande parete bianca su di un egocentrico armato di bomboletta: un irrefrenabile bisogno di imbrattarla. Ma la libertà di espressione è il peperoncino della rete

Sessant’anni di televisione ci hanno abituati, in maniera quasi antropologica, ad assister zitti e buoni allo spettacolo adesso in onda. Di colpo invece, “vuoi essere il primo a commentare”? 
Ma siamo pazzi? ‘Azz.. SI’! E giù a rispondere di pancia, in maiuscolo, liberando il vandaletto che ciascuno cova dentro in questi periodi di rabbia e crisi: si ricopre l’adolescente che c’è in noi, e zàcchete! si sfregia

La splendida protezione offerta dal mondo digitale, la distanza fisica, può essere potenziata e in questo caso aggravata, dal vile espediente dell’anonimato. Tanta gente ancora si vergogna, o semplicemente non osa, presentarsi al mondo digitale in maniera trasparente: nome cognome falsi, nickname, avatar fasulli vengono utilizzati in maniera massiccia, rendendo (quasi) immune l’attore

Aggiungiamo poi un punto complesso: l’anonimato “collettivo” esalta il fenomeno. Il gruppo diventa branco, ed esorta il vile alla veemenza, al volersi distinguere e superare limiti che, in autonomia e solitudine, non avrebbe superato. Ma perché complesso? Perché l’anonimato non è solo non avere nome: il gruppo in sé rende anonimi. La collettività spersonalizza. E spersonalizzare significa perdere responsabilità individuale

Questo accade, beninteso, anche nella vita analogica, anche per la strada o al bar. Ma la rete coi suoi grandi numeri rende l’anonimato più semplice.
Prima ancora di censurare allora sarebbe il caso di vietare l’anonimato in rete? Non saprei, ma ci rifletterei

Immagine tratta dal blog di Francesco Falconi

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