giovedì 15 dicembre 2011

La vecchia storia della piccola impresa






Il Marketing si adatta sempre più alla piccola impresa



Le nuove tendenze infatti riportano ai vecchi tempi. Ricorsi storici..



Ciò che costituisce valore infatti è qualcosa che ricorda più l’ottocento che il novecento: il rapporto personale, il fatto a mano, la localizzazione intesa come significato di un luogo



Il tutto inserito nella cornice dell’era digitale che, col suo carico di tecnologia ci porta lontano dalle macchine. Non inganni il paradosso, perché è una tecnologia leggera, fatta d’informazione e non di acciaio. A unire tali tendenze è la conversazione, altra cosa che le macchine non sanno proprio fare


Si chiama Storytelling, ne abbiamo già parlato. Pessimo nome, a dispetto dell’importanza ch’esso dà alla forma!


Tutto ciò, si noti bene, si addice molto più alla piccola impresa. Pensiamo al lavoro di un artigiano artistico: se non lo si narra, si spiega, si svela, come possiamo trasmetterne il valore? Come far percepire il sacrificio, la creatività, il processo di soluzione dei problemi senza un dialogo con gli interessati?


Il prodotto artigianale ha valore se ha un senso, un significato. Altrimenti gli preferiamo quello industriale, più economico e perfettino Ho letto da qualche parte: “un nuovo imprenditore oggi deve saper scrivere”. Strano, ma proprio vero!


Il presupposto per raccontare una storia infatti è avere il piacere di farlo. Se poi dalla narrazione vogliamo arrivare al dialogo la faccenda è ancor più stimolante.. Bisogna spingere gli appassionati a commentare


Come? Sei punti: offrendo spunti che stimolino i cinque sensi, che tocchino nei sentimenti, che inducano a riflettere; che assecondino lo stile di vita di una persona, che la facciano giocare e soprattutto socializzare, vero gol della conversazione.

E, sempre, facendo domande. Ah: bisognerebbe anche ascoltare le risposte..


Ciò diviene utile per valorizzare i propri errori che, si badi, sono spesso un valore aggiunto! Errori che rendono umano il prodotto, lo rendono “pari” rispetto alla persona con cui scambia, che non la fa sentire più un misero “cliente”?


Raccontare, allora. Premettete tre consigli?
Unu: seduzione. Parlare di cose desiderabili, e far immaginare alla gente di possederle


Dusu: sintesi. Frasi brevissime, concetti immediati. Qualcuno disse: “Scusa se la mia lettera è troppo lunga, non ho avuto il tempo per farla più breve”. Dolcissimo, rispettoso del tempo altrui

Ed era uno scrittore del secolo scorso, figuriamoci oggi



Trese: semplicità. Scrivere facile non vuol dire affatto essere stupidi




Scusate, mi sono dilungato


Felice Natale
















mercoledì 30 novembre 2011

La comunicazione meritata











Guadagnare la comunicazione è il concetto più attuale del marketing. Cosa vuol dire? Far sì che la gente parli della tua marca. Semplice, ma non semplicissimo. Mi spiego:



essere al centro dell’attenzione è l’obiettivo di ogni brand, attraverso prodotto e comunicazione eccellenti. A noi piace la conversazione e molto spesso parliamo di prodotti, anche inconsapevolmente. Quanta pubblicità facciamo senza accorgercene …
Parlando di bisogni parliamo anche delle loro soluzioni e quindi di prodotti essendo essi, per definizione “la soluzione di un problema”. Bisogno, desiderio o capriccio che sia


Alla comunicazione tradizionale, quella “pagata” come la pubblicità, si affiancano in rapida successione due nuovi strumenti legati all’era digitale: quella “di proprietà” quindi siti web, blog e newsletter che permettono una comunicazione più esaustiva, personalizzata e dinamica



Ma la vera rivoluzione arriva con la comunicazione “guadagnata”, cioè quella meritata. E qui il discorso si complica, perché essa esce dalla disponibilità della marca e diventa “proprietà” della gente: forum, Rss, news, passaparola online (word-of-mouse), blog








Sui social media in particolare si scatena la comunicazione commerciale da parte di comunicatori non commerciali, pertanto credibili. Come coinvolgerli? Semplice, ma non banale: come ti piacerebbe che parlassero con te




Quindi offrendoti benefici: per quale motivo mi è utile, o meglio ancora, mi è piacevole seguire il tuo messaggio? Mi fa divertire, o guadagnare, o paradossalmente risparmiare tempo? Ricordiamo che il tempo è la risorsa scarsa di quest’era


La comunicazione è poi efficace se riesco ad interpretare la personalità dell’interlocutore, considerando che essa si adatta al momento ed al mezzo che utilizza. Il lunedì mattina son diverso dal venerdì pomeriggio; leggendo “Il sole” ho un’identità, ma se leggo Tex ne sento un’altra… Poi: dove consumo il prodotto, e soprattutto con chi?



Ancora, scegliere le parole: che siano seducenti, intriganti, attraenti. Non è importante tanto cosa si dice, ma come lo si dice. Le parole che ci ricordano direttamente i nostri desideri, che dipingono immagini piacevoli, cioè che aiutano la gente a raffigurarsi in una situazione positiva grazie all’uso del prodotto. Va reso il filmato di un’esperienza, l’obiettivo finale ricercato dalla persona



Il prodotto sta al consumatore, l’esperienza sta alla persona. E' questa che arriva direttamente a destinazione, al cervello rettile, a cui spalanchiamo le porte della nostra percezione, e comprendiamo senz’alcuno sforzo.



Con un linguaggio chiaro, appassionato, che spinga poi ad agire. Sì, perché la comunicazione è sempre un’induzione a fare. Cliccare, parlare, acquistare. Comunicare ha come scopo quello di modificare i comportamenti altrui




E per fidelizzare, lasciar sempre un desiderio insoddisfatto




Ma di questo, appunto, non ve ne parlo

Con affetto

martedì 8 novembre 2011

Un'immagine co-creata











Qualche tempo fa scrissi di un’interessante selezione organizzata da Olio Sasso per festeggiare le proprie 150 primavere



Veneranda età, ma portata in maniera eccellente. Saranno i grassi insaturi?




L’iniziativa, alla fine, ha contato ben 612 aderenti, con circa 1700 fotografie. Una partecipazione degna di nota, no?




Di cosa si trattava? Inviare delle foto che sarebbero divenute l’etichetta delle nuove latte d’olio naturalmente in edizione limitata


Foto ispirate alla primavera, stagione della leggerezza e della freschezza, valori che la marca voleva che le venissero associati



Nessun premio in denaro. Roba volgare da biscazzieri, da bisogni primari!


Ben altro valore invece soddisfa un regalo, soprattutto se questo pizzica l’autostima, ossia il vertice della gerarchia dei bisogni: i dieci selezionati infatti, hanno ricevuto cinque latte d’olio confezionate con la loro foto


Facile immaginare il passaparola conseguente, come queste verranno distribuite ad amici e conoscenti per appagare il proprio ego


Immaginiamo una conversazione che si sviluppa, gradevole e interessante, e si arricchisce di tutti gli argomenti che il singolo vi aggiunge. Ecco la marca nel 2010: non immagine, ma reputazione: la marca è ciò che la gente dice di te, e più se ne parla, più la marca è forte. L’interpretazione della Sasso è ottima


Vuoi mettere passare al supermercato e trovare la fotografia realizzata da te? Che fai, non ne parli? I primi a saperlo saranno i commessi del tuo negozio abituale, che ne parleranno a loro volta indirizzando in maniera più o meno consapevole le persone proprio al momento dell'acquisto.


Ed i parenti, ed i colleghi, e magari quelli della “tribu” di fotografi? Infatti è facile che il bravo fotografo faccia parte di un’associazione di appassionati...


Ecco che la novella star della fotografia diventa evangelizzatore della marca, appagato dalla propria vanità, ma non quella vana: è stato infatti selezionato tra i primi dieci su 600 e passa partecipanti. Onore al merito


E onore anche alla Sasso ed alla sua Agenzia Naturalmente l’iniziativa ha avuto come base una rete sociale, questa volta Flickr, e la base è stata il sito dedicato.


Quì accanto le lattine prodotte Belle, no?


E qui trovate tutte le foto
Questo è il marketing che mi piace




Arrivederci!

Credits: Viralbeat

giovedì 3 novembre 2011

Poker di coppe








“Eh, già!” direbbe uno che ama la vita spericolata… Il poker adesso è uno sport. Come l’atletica leggera, il rugby ed il nuoto, il poker “vede” al requisito del “l’importante è partecipare”. Pazzesco, ma è solo l’opinione di un vecchio quarantenne

Beninteso: non disdegno il pokerino, ma definire “sport” un gioco che può degenerare in vizio è un’operazione di marketing troppo sfrontata. Di quel marketing che a me personalmente irrita parecchio.

Certo, lo “sport” va ormai definito tra virgolette, considerata l’enorme massa di vil danaro che lo condiziona, che ne ha snaturato i princìpi fondamentali, soffocandolo da malaffari delle più disparate tipologie. Ma arrivare a fare del poker uno sport è sfondare le barriere dell’ipocrisia: a quando insegnarlo nelle scuole all’ora di ginnastica?

Certo è che poter definire un qualcosa “sport”, le permette alcuni vantaggi non da poco, e qui emerge la potenza della comunicazione, della definizione, del sostantivo:

non sarà più malvisto: lo sport fa bene alla salute

avrà libero accesso alla cronaca nei giornali sportivi, tra i più diffusi non solo in Italia: una montagna di pubblicità occulta e gratuita per chi gestisce il gioco con tutti i suoi surrogati, dalle macchinette del videopoker in poi

L’ultimo azzardo è stato assoldare Gigi Buffon quale testimonial del gioco. Immediatamente il giurì ha parato lo spot richiamando “Massima attenzione quando si comunica pubblicitariamente parlando un gioco così particolare come un poker online”.

Ma la faccenda è solo all’inizio. Scommettiamo?

venerdì 14 ottobre 2011

Vorrei ma non posso








Un’azione di marketing mal combinata è stata azzardata da MacDonald’s, ma pare che i risultati siano un pasticcio: l’icona del mangiare globale, la mamma di tutte le obesità, la regina dell’alimentazione veloce e poco sana vuol cambiar passo ed incedere lenta, sinuosa ed elegante




Assolda un gran nome della cucina italiana, Gualtiero Marchesi, e si fa scriver due ricette per i suoi panozzi divenuti "buoni". Ohi..




Si gioca sul posizionamento: associare il proprio nome, fast, all’aggettivo opposto, slow. Ma volendo prometter tutto ed il contrario di tutto finisce per cadere nella trappola del vorrei ma non posso. Patatrac?





I fatti: “Slow e fast non sono mai andati così d’accordo” recita la loro nuova promessa. Un assist per i titolari del posizionamento opposto, Slow food appunto, per farsi beffe di loro: un tratto di pennarello cancella il solo avverbio “così” e, come lo spadone che taglia la cintura al tenente Garcia gli fa cascar le braghe scoprendo il culone smutandato: “Slow e fast non sono mai andati d’accordo” è il semplice risultato finale. Che dice tutto




Il re è nudo e la risposta appare prontamente sui giornali nei giorni successivi
Fin qui la pubblicità. Ma la comunicazione? Vedremo se lo sberleffo verrà ripreso nelle reti sociali. Autorevoli blog segnalano la cosa e le prime avvisaglie appaiono su facebook tutte, al momento, a favore della marca Slow. Vedremo come si svilupperà la conversazione.
Ma non dimentichiamo che in questo caso anche il passaparola negativo può giovare alla causa Macdonald’s, essendo anch'essa una marca molto amata e comunque a suo modo trasgressiva




Staremo a vedere. La risposta sarà, ahimè, nei numeri





Alla salute

domenica 25 settembre 2011

Uomo dell'anno


L’uomo dell’anno di questo mese è Albert Einstein


Quando ho saputo che Lui sbagliava mi sono emozionato. Cosa poteva far di più per noi, il cranio più autorevole della modernità? Farci scoprire che era in errore. Che brividi, che lezione


Lo scienziato simbolo della scienza, bello, simpatico, politically correct, si dimostra non verificato. Adorabile..

In un’era in cui le scienze sono in crisi, le certezze matematiche si popolano di incognite, il Maestro del Novecento riappare nel Duemila, e lo fa nel migliore dei modi: qualcun altro dimostra che si sbagliava. Non è meraviglioso?

Mentre le scienze economiche vengono spazzate via da domestiche evidenze, le energie nucleari son sommerse da onde anomale, uno dei fari del Novecento viene rabbuiato da un modesto neutrino. Einstein, lo scienziato più amato viene superato in curva da una minuscola particella, lei sì, più veloce della luce. Albertone esce a testa altissima dall’olimpo dell’ovvietà logica per adagiarsi nell’affascinante modo della teoria, un mondo temporaneo, incerto, opinabile. Umano

Se è vero che sbagliando s’impara Lui, il Genio, non poteva azzeccare. Avrebbe rappresentato un binario morto per la curiosità, la creatività e la ricerca. Non c’è cascato, ci siam cascati noi


Lo stimo al quadrato

venerdì 16 settembre 2011

Dalla struttura all'infrastruttura









È proprio il momento del piccolo. Dopo gli anni ‘70 con il loro slogan 'piccolo è bello', fasullo quanto il detto che pestare una cacca porti fortuna, ecco che quella che sembrava un’utopia si avvicina alla realtà

Il piccolo come via di fuga dalla gigantesca crisi, come “si salvi chi può”. Una nuova glaciazione economico finanziaria fa strage dei mammuth troppo lontani dalla realtà per lasciar sopravvivere le entità piccole e flessibili, capaci di adattarsi e mutare rapidamente. Diversi segnali forti confermano la tendenza

Unica condizione: piccolo sì, ma sempre connesso con altre entità grazie ad un'infrastruttura reticolare. Con la forza di un branco di piccoli piranha, insomma. Gli esempi sono risaputi, e sorprendenti sia per rapidità che per efficacia del risultato

Il piccolo ambulante tunisino suicida per protesta ha fatto saltare le grandi dittature di una mezza dozzina di stati arabi

La piccola Islanda che, infischiandosene dei “monstre” come l’FMI si è riorganizzata sia finanziariamente che politicamente e stanno tornando ad una serenità insperata

I piccoli sport, che riprendono ad essere oggetto d’interesse a discapito degli sport maggiori in crisi di valori, calcio in primis, tenuti in vita solo da interessi economici imponenti e dalla passione tifosi sempre meno numerosi

Sono in crisi i grandi partiti, le grandi ideologie, le grandi strutture

Crescono in maniera esponenziale solo le grandi reti

Dalla struttura all’infrastruttura, insomma

Io la penso così.
Certo, nel mio piccolo.

mercoledì 27 luglio 2011

Mandiamo i vecchi a lavorare









Se vogliamo far rinascere l’impresa in Italia, la più urgente operazione di marketing territoriale che si possa fare è il capovolgimento degli organigrammi aziendali Ma non per funzione: per età!



Un tempo chi viaggiava per lavoro riconosceva i manager italiani dallo stile, dall’eleganza dei vestiti e dei gusti. Adesso dall’età: se ha meno di quarant’anni è certamente straniero. E quaranta non è certo un bambino … Gli italiani invece sono sempre i più vecchi del gruppo




il problema è devastante, impellente, evidente ai vedenti: siamo vecchi, gestiti da vecchi, con logiche vecchie! Siamo una società stravecchia, e lasciamo stare la politica. E’ soprattutto il mondo dell’impresa, ad esser vecchio, stanco, inebetito. Un alzheimer gestionale sclerotizza l’economia italiana, un’opaca cataratta le rabbuia la realtà e le impedisce di approfittarne
Ma quali quote rosa? Servono celesti!



Google, Facebook, Youtube, per citare solo i grandi classici, son state fondate da teenager. Qui, i cervelli più brillanti sgommano via


Insisto, mi ripeto, so di essere noioso. Ma a noi vecchi capita.. Le nostre imprese hanno bisogno di essere capitanate da dei trentenni al massimo, degl’internet nativi devono mettere a frutto i loro bites finora soffocati dai virus ottuagenari, arroganti fino a definirsi “giovani dentro”. Patetici, squallidi, dannosi



Ma come può una società che in soli dieci anni si è rivoluzionata, essere ancora gestita da chi comandava vent’anni fa? Ed infatti i risultati, aziendali e sociali, parlano fin troppo chiaro. Troppo chiaro per esser presi sul serio



Precisiamo, non si vuole mandare nessuno in pensione (e chi paga?). A sessant’anni sei giovane dentro? Bene, continua a lavorare. Ma stavolta esegui tu le direttive di un giovane davvero Elimina i vecchi schemi, anzi, elimina gli schemi proprio, dialoga anziché parlare, sciogli le strutture ed affidati ad altri partner anziché ad altri dipendenti. Lascia spazio a chi conosce le reti sociali, quindi la società, lascia decidere a chi ha il coraggio di fare le cose sapendole errate ma pronte per natura ad essere corrette dagli utilizzatori. Vai a spiegare questo concetto a un vecchio burocrate..



Mi è sempre più chiaro. La via d’uscita da questa crisi è evidente. Comandino i giovani veri. I “giovani dentro” si mettano a lavorare

mercoledì 29 giugno 2011

C'era una volta il marketing









Raccontare storie è il metodo più efficace per descrivere una marca perché riesce a trasmettere, in modo piacevole, il suo “tessuto narrativo






Sì, la trama del racconto che la marca s'impegna a offrire, in pratica il motivo per cui preferire una marca ad un’altra






Sostanza o forma? Prodotto o comunicazione? Attenzione, la qualità del prodotto rimane la base, senza qualità il racconto è solo una bugia una presa in giro, è il carburante perfetto per infiammare un disastroso passaparola negativo









Ma ricordiamo anche che il prodotto non è mai “buono” di per sé, bensì dev’essere “adatto” alla persona che lo usa. Individuare il giusto target è importante, quindi, quanto creare un giusto prodotto e quest’attività nasce dalla giusta comunicazione. Ma voltiamo pagina







La comunicazione passa allora da didascalica a narrativa, da informativa a seduttiva, da logica ad emozionale. Perché? Tutti oggi comunichiamo, soprattutto per iscritto. Abbiamo talmente tanta voglia di narrare, di raccontare, che non appena ne abbiamo occasione subito scateniamo le nostre tastiere. Tutti a scrivere e nessuno a leggere, si dice spesso. Ahimè, credo sia proprio vero: consideriamo quanto scriviamo oggi rispetto a dieci anni fa? O quanto scrivevano i nostri padri rispetto ai nostri figli? Le proporzioni appaiono spaventose, e noi decidiamo dalle prime frasi se continuare o meno la lettura, o comunque l’ascolto. Altrimenti “cambiamo canale”





La fiaba, allora. La narrazione è una comunicazione coinvolgente, ti fa sentire all’interno della storia, ti rende partecipe. Hai presente quando da bambini ci dicevano: “adesso vi racconto una storia”. Gli sguardi si intrigavano, si abbassavano le voci e ci si disponeva all’ascolto tutt’insieme






Il bambino che c’è in noi, che alcuni chiamano “cervello rettile”, si comporta proprio così ed apre le orecchie e soprattutto il cuore. Si prepara per farsi suggestionare, rapire dal racconto







Diventa complice e decide senza razionalizzare. Una marca che fa come l’antico nonno, cattura la fiducia e la fedeltà, avvicina quindi alla cocreazione del prodotto, che sappiamo genera il massimo della soddisfazione insieme al passaparola




Come funziona lo storytelling? La chiave della narrazione sta nello stimolare tutti e cinque i sensi. Si obietterà che non sempre è possibile far sentire dei profumi per iscritto. Acqua… Li si può descrivere, così come i sapori, i suoni, e tutto ciò che accresce la rappresentazione dell’esperienza che si vuol condividere






Altri, per rendere le idee memorabili e convincenti, si rifanno ad un felice acronimo: SUCCES, ovvero Simple, Unexpected, Concrete, Credibility, Emotion e… Stories




Ma soprattutto, la molla che fa scattare l’attenzione, sin dall’inizio della storia, è la “mancanza”. Il bisogno, il desiderio, la necessità di colmare una lacuna




D’altronde: la persona felice non ha bisogno di nulla. Oppure ha appena trovato ciò che le mancava


E vissero tutti felici e contenti


Tx also to Tagliaerbe

mercoledì 15 giugno 2011

Uomo dell'anno










L’uomo dell’anno questo mese è Paolo Fresu



Che uomo, che musicista, che sardo
Un artista di altissimo livello, una persona di gran profilo






Geniale, sensibile, umano: di quelli che ancora salutano per primi. Roba fine..





Insomma, si parla di uno dei più grandi trombettisti del mondo, isole comprese




Leggero, fresco, ma ricco di accenti come un Vermentino della sua Gallura, muove le sue note da Berchidda e le soffia per l’infinito pianeta del jazz. Un viaggio lungo e variopinto. Ha suonato con centinaia di grandi e grandissimi nomi, ma mai ha disdegnato i nomi piccoli. Un signore di campagna




Quest’anno Paolo compie cinquant’anni e li festeggia nel miglior modo in cui un artista possa fare cioè con un progetto ricco di significati: "Cinquant’anni suonati" (bellissimo) è infatti un ciclo di 50 concerti, consecutivi, regalati ad altrettanti paesi della Sardegna





E’ il festeggiato, ed offre lui: 50 concerti gratuiti, e siccome gli amici non gli mancano saranno concerti tutti diversi, con ospiti sempre differenti, ma sempre di altissimo livello: dal fisarmonicista Richard Galliano al pianista Stefano Bollani, dal cosmopolita Uri Caine alla milanesissima Ornella Vanoni, dal comico Benni ai mistici Cuncordu di Santulussurgiu





Dove: nelle arene, nei palazzetti, negli auditorium? Non stoniamo: saranno tutti spazi simbolici e non convenzionali, per indurre alla scoperta di nuovi luoghi meravigliosi ma trascurati:
Aree archeologiche (Paulilatino), chiese (Gavoi), musei (Orani). Ad Allai suonano nella“Casa sull’albero”. Fischia..



E' una persona che ha migliorato il mondo. Il Riccio è fiero di nominarlo uomo dell’anno
Paole': a vederti suonare in cento posti e più.





giovedì 9 giugno 2011

Un'idea buona buona














Nella nuova scala dei valori di Maslow appare un bisogno tutto speciale, ma tanto speciale da arrivare dritto al vertice: è il bisogno di trascendenza



Esso appare in una società in cui i bisogni primari sono spudoratamente soddisfatti, appagati, banalizzati. Fame, sete, temperatura… in questa società dalla coscienza in imbarazzo, emerge il bisogno di soddisfare i bisogni… degli altri. Non ti capita?


Ben & Jerry, storica gelateria americana fondata da due fricchettoni dallo sguardo lungo, allo sbarco in Italia adottano questa strategia di marketing: hai un’idea che faccia bene al mondo? Noi ti finanziamo. Grandioso quanto semplice



Progetti di senso, li chiamerei. E qui il senso c’è, scevro da ipocrisie: se me la proponesse la solita multinazionale del profitto, il progetto puzzerebbe di elemosina interessata, di pubblicità a basso costo. Ma la storia dei due hippies non lascia spazio a dubbi, in America son ben noti e viene confermata da un fatto: il gelato è proprio buono, sia dentro che fuori e, a proposito di etica, questo non è un dettaglio



Quindi? Come recita il sito: “se sei un'associazione, una cooperativa sociale, una fondazione, una ONG, una Onlus o semplicemente una start-up il cui obiettivo è quello di rendere questo mondo migliore, bene, sei nel posto giusto!” Sono ammesse anche le imprese, il profitto non è un peccato Basta che adottino delle politiche “di utilità sociale e di interesse generale”




Per esempio: “Promuovi lo sviluppo locale e adotti valori quali la giustizia sociale.. Sei un'impresa che coinvolge direttamente i lavoratori nella gestione o lavori nelle pari opportunità, o combatti le disuguaglianze? Ben and Jerry's è pronta a farti una donazione, un piccolo ma prezioso incentivo alla tua attività per non farti mollare!”



Concetto giusto. E’ importante il soldino, ma ancor più la motivazione. Ed un premio, di motivazione, ne dà tanta. Il contributo è infatti solo di 2000 euro per ciascuno dei 25 progetti “vincitori” nulla di… trascendentale. Ma le medagliette anche se di cioccolato, hanno un potere tutto speciale: quello di sviluppare il passaparola



L’agenzia è Viralbeat.

lunedì 16 maggio 2011

Passaparola negativo








Siamo in periodo di passaparola negativo. Eh, già!


In epoca di prodotti/mercati sempre più di nicchia il Pp negativo si riscopre eccellente sistema di comunicazione Perché?





Intanto la coda lunga: non esistendo più i prodotti di massa, avari di passioni, emergono quelli di nicchia, prodotti adorabili perchè tagliati su misura dei desideri di una persona. Così personalizzati da risultare inadatti a quasi tutti gli altri, talvolta addirittura detestabili



Già, un prodotto tanto particolare suscita sentimenti contrapposti, tipicamente l’amore e l’odio: io amo un certo prodotto e tu non lo sopporti. La nicchia, appunto



Realizzati su misura di poche persone, talvolta dalle stesse persone sulla propria misura sono i prodotti figli del 2.0, della co-creazione, del web. Non sono più per i “clienti”, ma per vere e proprie persone. Strano vero?



Il monologo impresa - cliente, muta e si evolve in dialogo persona – persona. Dal B2B e B2C al C2C e C2B. Troppo chimico? Ma no: è il rapporto Cliente-cliente oggi a creare la marca: come diceva qualcuno, la marca oggi è “ciò che la gente dice di lei


Bene! E il passaparola negativo? Se un prodotto è inviso a molti, molti ne parleranno male, ed in più con l’energia di un discorso di critica, piuttosto che con il tepore di un dialogo di approvazione. I dissenzienti amanti del prodotto verranno comunque raggiunti con maggiori probabilità



I casi di probabile successo: avete presente quel candidato milanese che ha fatto affiggere i manifesti Magistrati=BR? Bene, quello verrà sicuramente eletto. Perchè ha inviato un messaggio coerente con sé stesso, l’ha saputo mezzo mondo, e quindi ha rafforzato la sua reputazione in un numero di elettori sufficiente per essere rieletto. Non importa quanti ora lo vedano un pessimo amministratore



Probabile insuccesso: sempre elezioni milanesi, e me ne scuso: Moratti – Pisapia. Lì la vedo male per la Moratti, il candidato ha trasmesso un messaggio incoerente col suo stile. Il passaparola negativo non sarà costruttivo anche perché un sindaco è un prodotto di massa, non di nicchia come un semplice consigliere



Caso dubbio: IKEA e la famiglia gay. Al passaparola ci ha pensato il ministro Giovanardi, con l’uscita che tutti saprete, ripresa dai giornali di tutta Italia. Ma il potenziale cliente Ikea è bigotto? Se no lo fosse, sarebbe un ottimo colpo per l’Ikea. In caso contrario no





Ma essendo che il marketing all’Ikea non gliel'insegno certo io, credo che sarà un buon colpo
Ma non ditelo a nessuno

L’immagine del titolo è di Jole Serreli

mercoledì 4 maggio 2011

Quarti d'ora e povertà


















La povertà oggi si misura in quarti d’ora






Alla faccia di una crisi da carenza di euro, di un benessere misurato in qualità dei servizi, è proprio il tempo unità di misura della vita, a scarseggiare sempre più




Il tutto in un’epoca in cui l’aspettativa di vita si allunga di molto




Ma, pur nella lentissima Oristano quando chiedo “come va?” la risposta è sempre: “di corsa”. Frustrante






Aggiungo che chi lavora, oggi, lo fa perdendo tempo, visto che i risultati economici son quelli che conosciamo benissimo... Ma il modo frenetico di affrontar la vita non lascia spazi neanche ai disoccupati






I bambini? Stressati, super impegnati e pare anche in crisi di valori
Gli adulti? Lasciamo stare
Le donne? No comment





Il problema sta, forse, nel troppo voler fare. Oggi vogliamo fare di più. E si osserva un altro fatto impressionante: negli ultimi vent’anni si sono diffusi due strumenti che moltiplicano il nostro tempo in misura esponenziale: il cellulare ed il computer. Grazie ad essi infatti si profetizzavano epoche in cui si sarebbe potuto goder del tempo in maniera paradisiaca … Previsione fallita!






Essi consentono dei risparmi di tempo che solo negli anni ‘80 consideravamo inestimabili: figurarsi oggi senza pc e telefonino: saremmo sepolti. Ed invece, coincidenza, proprio dal loro avvento, eccoci poveri di tempo, stressati, ed anche in crisi economica. Non sfugge qualcosa?






Un altro fatto mi colpisce: quanto tempo si trascorre oggi, scrivendo e leggendo? E non mi riferisco solo al tempo passato sulle reti sociali. Certo, attività che in termini lavorativi cominciano a dare i suoi risultati anche se, come tutto ciò che stiamo imparando ad usare, di tempo ne assorbono assai. Purtroppo, ai ritmi in cui escono nuovi “prodotti” il tempo utilizzato per conoscerli, capire se ci sono utili , ed impararne l’uso efficiente, comincia ad essere rilevante






Mi viene un dubbio: forse abbiamo poco tempo perché lo impieghiamo tutto ad imparare ad usare i nuovi prodotti?
Fermate il mondo, diceva quello!!!



A presto..











Questo pezzo appare anche su prometeo la newsletter di Comunicazione italiana

sabato 9 aprile 2011

il valore del viaggio








Che l’Italia sia un paese ricco di meraviglie è un’affermazione di banalità struggente



Che tali meraviglie s’incontrino per ogni dove, al mondo, è già meno banale, ma pur sempre banale



Chi si occupa di marketing turistico allora difficilmente può insistere su un concetto logoro e sempre meno vero




Ma a tutti piace viaggiare, o quasi, ed allora il marketer come può valorizzare un territorio? Col territorio? Già fatto. Cambiamo strada e ragioniamo al contrario: lo valorizzo con me stesso viaggiatore. Si ragiona!



Mi chiedo allora cosa mi emoziona quando viaggio? Mi emoziona l’esperienza, mi emoziona aver qualcosa da raccontare al mio ritorno, mi emoziona condividere il viaggio con altre persone e raccontarlo, riviverlo, ruminare il viaggio per riassaporarne il gusto, condito dalle emozioni restituite dai miei ascoltatori. Da un film estrarne un libro, il contrario di quel che succede nel mondo artefatto dell’arte



Se il racconto è il gusto del viaggio, e lo è, allora perché non farne il succo della sua promozione? Certo lo storytelling non nasce oggi, ma Alessio Carciofi, nel suo ottimo lavoro Umbria on the blog sviluppa ed implementa la teoria



Il canale preferenziale va naturalmente ai bloggers, grazie al loro potenziale di influenzatori ed all’attitudine alla scrittura. Ma offre spazio libero a chi vuol raccontare



Belle campagne, buona tavola, aria pura. Ma c’è poco da fare: se me lo dice l’azienda vale niente Se me lo dici tu vale molto. Se me lo dico io.. vale tutto

Semplice, ma non banale, come piace tantissimo a me

Ciao Alessio, ti tengo d’occhio!



sabato 2 aprile 2011

Cavatappi d'idee









Giusto un anno fa dalle colonne di quest’austero blog nacque un esperimento che poi fermentò in un’iniziativa piuttosto interessante: il cavatappi d’idee


Dopo il primo giro di botte pare invecchiare bene!

E’ pronta la seconda edizione del grande concorso, in realtà un'azione di marketing al contrario: un’operazione di rilancio di un prodotto fatta dalla gente, nell’indifferenza delle imprese. Siamo al marketing 0.2!

Premessa: un prodotto amato, blasonato e ricco di significati viene dimenticato


Fuori dalla moda e dalle abitudini di consumo, troppo simbolo e nulla prodotto, icona della storia di un paese, rischia l’estinzione per abbandono. La Vernaccia di Oristano vanta caratteristiche che una multinazionale farebbe rendere quanto l’uranio. Ma quì, nel west dell’Italia non né come nel far west. Purtroppo. Le cantine: ahn?



E’ il vino più antico del mondo: un recente scavo in un sito prenuragico (3000 avanti Cristo, giovanotto!) ha riportato alla luce degli acini, riconducibili con certezza alla Nostra, con relativa attrezzatura da vinificazione. Alla faccia dei Fenici, quei saputelli.. Infatti è il vino che sa invecchiare meglio di tutti


E’ un vino al contrario, ha bisogno dell’ossigeno per migliorarsi, là dove tutti gli altri soffocherebbero


Ecco allora il Cavatappi, il supereroe maniaco del sughero


Quest’anno diviso in tre concorsi, con l’obiettivo di ricordare alla gente locale che la Vernaccia esiste ancora, e che sta agli oristanesi di salvare un frutto da estinzione imminente.

La foca monaca dei vini non è un prodotto da esportazione. La Vernaccia fuori Oristano perde di senso, si riduce a un vino eccezionale


Dunque:


- Il concorso più importante: le opere d’arte diffuse per le vetrine dei negozi di Oristano

Decine di opere di qualsiasi natura verranno esposte per il centro storico: quadri, poesie fotografie, ricette, sculture, video, racconti, barzellette, tutto quanto la fantasia degli artisti dilettanti e professionisti vogliano creare, sempre ispirate ai valori della Vernaccia

Se conoscete artisti appassionati di “prodotti di senso”girategli l’informazione. Qui il bando


- Il concorso più pratico: i piani di marketing per il rilancio della Vernaccia

n collaborazione con il Consorzio Uno, l’Università ad Oristano, è riservato agli studenti di ogni ordine e grado. Un piano di promo-commercializzazione che suggerisca ai produttori come rilanciare il proprio prodotto. Se conoscete studenti che si vogliono cimentare.. E’ roba che fa curriculum. Qui il bando


- Il concorso più innovativo:

i video più condivisi sulla rete.

Du you know viral marketing? Il video, ispirato ai valori della Vernaccia, da far girare su Internet. Che sia divertente, affascinante, intrigante non importa. Ma il più cliccato vincerà il concorso. Facciamo girare? Da questo stazzo web si scaricano tutti i bandi


Proprio un’azione postmoderna, un prodotto antico che rinasce grazie a internet. Una sommossa popolare, un marketing mediterraneo proprio al passo coi tempi






Ci vediamo ad Oristano a Giugno.

Può essere che stavolta vien fuori un bel cin cin


Alla salute

venerdì 11 marzo 2011

Dal rubare al condividere





Dal rubare al condividere

Bella evoluzione, no?
Meno fuorilegge del furto, talvolta addirittura legale, la condivisione ha in sé un'economia, un’etica, un’intelligenza che il furto neanche lontanamente possiede. E’ la we generation, bellezza
Il “noi” soppianta l’”io”, il pronome collaborativo lascia l’individuo in solitudine

E' economico, perché condividere significa utilizzare un bene finché ti serve, poi te ne disfi. Aumenta la produttività del bene quindi, che non rimane inutilizzato per del tempo, riducendo i costi di stoccaggio, vera croce per tante aziende coll’antico pallino del justintime, come pure del pericoloso imboscamento della refurtiva

E' etico, perché consente ad altri l’utilizzo del bene a costi bassissimi. Ed è pure ecologico!

E' intelligente, perché è pigro. La pigrizia è il motore del progresso: avremmo noi inventato le macchine se non fossimo stati dannatamente pigri? I pigri sono i veri creativi, inventano geniali stratagemmi pur di lavorare meno, produrre di più e vivere meglio. Gli sgobboni si rimboccano le maniche e fanno. Per loro l’importante è fare, non raggiungere un benessere o un risultato. Loro, gli sgobboni, facendo non pensano, e così non hanno preoccupazioni

Condividere è quindi creativo, porta ad adattarsi ed esplorare nuove utilità
Condividere va oltre la fase della produzione, in sé faticosa e puzzolente. Ma ne abbiamo già parlato, di prodotti è talmente pieno che non sappiamo più dove smaltirli. Basterebbe riciclarli (creatività, appunto) o condividerli. Il consumo collaborativo non è più una novità ma un delizioso fenomeno in enorme espansione

Il trend è diventato moda, e quella moda è maturata e sta diventando un classico. Dalla condivisione di informazioni, cioè di tutto il digitale, alla condivisione di beni e servizi, di cui ormai tutto il mondo è pieno. Faccio esempi classici e collaudati, allora, non d’avanguardia: couchsurfing per gli alloggi, riciclaggio di beni, il credito commerciale tutto sardo. Un esempio di libro collettivo? Massì, che ci spiega meglio tutto il discorso..

Mi fermo qui: non devo certo scrivere tutto io
Bye bye

lunedì 28 febbraio 2011

Marketing imprevedibile


Oggi azzardo una previsione. State già ridendo, vero?


Già: fare previsioni oggi espone al ridicolo La situazione da 10 anni in qua è imprevedibile e le vicende nordafricane delle ultime settimane lo confermano con forza bruta



E sottolineo settimane, non anni: granitici governi pluridecennali incendiati da una banale scintilla, innescata da un povero ambulante tunisino. In 30 giorni


Si noti che il riferimento alla potenza dei social networks e del concetto di citizen journalism, è implicito e solo incidentale


Tutto ciò sbatte in faccia una realtà ineluttabile a marketers, imprenditori e politici, a chi insomma deve fare delle previsioni il suo pane quotidiano: signori, si cambia. Come? La risposta è un punto di domanda


Non si prevede più, si vive alla giornata con l’unica certezza che domani sarà diverso


Le aziende si destrutturano ancor più, prima erano rigide, poi flessibili, adesso son proprio fluide, liquide


Aziende unicellulari formate anche da singole persone, da un mare di partite iva che continuamente si attraggono l’una all’altra e poco dopo si respingono per congiungersi a nuove unità che fanno al caso loro contingente
Un magnetismo permesso dallo scambio di informazioni, che consentono di conoscere cosa serve alla gente e chi può collaborare per produrglielo e consegnarglielo in cambio di un profitto. Anche sul termine profitto poi, si protrebbe discutere. Ma così cambierei argomento…

Le aziende sono allora consapevoli che il loro prodotto non può essere perfetto. Sarà anzi pieno di errori, ma modificabili, perchè che spetterà all'utilizzatore finale adattarlo alle sue esigenze particolari, che oltretutto cambieranno da momento a momento. Un prodotto non finito quindi, ma che la gente sarà in grado di finire da . Una personalizzazione di massa
Sperando..


A cent’anni!

sabato 29 gennaio 2011

Marketing per coccodrilli








Ogni nostra scelta avviene d’impulso



Solo dopo interviene la ragione per supportare la decisione, spesso arrampicandosi sugli specchi, pur di giustificare una scelta d’acquisto del tutto irragionevole ma molto appagante


Macchinoni, scarpe, gioielli, gadget ed ammennicoli sono oggetti che soddisfano l’istinto senz’alcuna motivazione razionale. Mettiamo musica?



Il cervello rettile, insomma, quello antico che tutti gli animali posseggono, decide. Quello limbico si emoziona e la necorteccia, che solo gli umani posseggono, razionalizza le decisioni Ma non conta nulla, è solo un passacarte..


Il coccodrillo che c’è in noi spalanca le fauci ed ingolla ciò che gli aggrada. Le lacrime, a dopo


Ma come funziona allora questa bestia che guida la gran parte dei nostri acquisti e, prima ancora, dei nostri comportamenti?


Viene pilotata da tre elementi primari: fame, paura e sesso. Tutto il resto è un optional


Andiamo nella pancia del coccodrillo. Seguitemi, ma in silenzio, che si spaventa…
Il coccodrillo si ama, si vuol bene. Gli oggetti, i prodotti che ci coccolano e stimolano la nostra vanità sono azzannati dal coccodrillo… Che ama le cose facili, intuitive, che non gli facciano far sforzi. A meno che non si tratti di giocare, naturalmente (quante imprese ti coinvolgono nella progettazione?)



Al Cocco piacciono le figure. Ah, le foto, i video. Ed anche nel linguaggio scritto o parlato, ciò che suggestiona il coccodrillo sono i racconti che dipingono immagini nella sua mente. Il linguaggio immaginifico, concreto, reale, seduce perché fa immaginare al Cocco il prodotto e la bellezza del suo uso. E’ l’anticipazione del consumo, come se si digerisse una pietanza prima ancora di averla mangiata. Mmm


Poi nella pancia troviamo il divertimento e la condivisione. Sì, quando vediamo belle cose non avvisiamo subito l’amico perché le veda anche lui? Ora moltiplichiamolo per i 5 sensi..
E poi il rettile adora tanto che gli altri parlino bene di lui



Se c’è una cosa invece, che il nostro Cocco proprio non sopporta sono i problemi altrui. Che sbadigli.. Prodotti, servizi e comunicazioni devono star bene alla larga da queste trappole. Poi pensare troppo, le frasi lunghe (yu know twitter?), la fretta ed essere ignorati. Che irritazione!
Vogliamo variare, divertirci, giocare



Per tutto il resto c’è la neocorteccia
Buon pranzo



Grazie ancora a Maurizio Battelli


venerdì 14 gennaio 2011

Dubito ergo sum












Tutti incerti, questa è l’unica certezza


Il passaggio dal 900 al 2000 non è indolore, ma è un dolore sopportabile



Non so se anche sostenibile, ma questo è un altro discorso


Il dubbio è il valore, oggi: mentre prima facevano profitto le aziende che avevano certezze, che pianificavano, oggi è il contrario. Vince chi è pronto a cambiare idea, ad adattarsi, a capire la gente ed adeguarsi


Zero struttura, fluidità. Incertezza. Agilità, meno uomini, più scimmie


Un po’ crudele per i dottori come me che hanno studiato il passato per organizzare il futuro..ma in fondo positivo, nel senso darwiniano del termine: non vince il più forte, ma chi si adatta. I piccoli mangiano il grande (poi magari scoppiano?)


Quante incertezze, figlie del cambiamento. Ma quanto stanno cambiando la famiglia, i valori, la politica, quindi l’economia?


Nel ‘900 vinceva l’impresa che dava risposte. Oggi quella che fa domande. Le giuste domande naturalmente e il problema non è semplice soprattutto per chi le domande non era abituato a farle e tantomeno ad ascoltare alcunché.

Non a caso le imprese straordinarie sono quelle dei venti-trentenni, internet nativi, mentre i quarantenni, abituati alla vecchia maniera, sono i più disorientati. Ohi..

Oggi l’azienda deve avere dubbi, deve sapere porli e saper ottenere le risposte dalla gente, arte ancora poco esplorata


L’organizzazione a questo punto può essere dannosa. Essa è struttura, rigidità. Via, non è più tempo


Difficile, vero? No, è troppo facile, e la cosa disorienta. Come passare dal pc al mac, io ci sto provando e non ci riesco. Pensate che idiota..


E ora non so come salutarvi

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