lunedì 8 marzo 2010

Fare o disfare?







C'è chi dice che c'è molto da fare
Non sono d'accordo, secondo me bisogna disfare

C'è di troppo, inutile e caotico
Di questi tempi ci vuol semplicità: dalle leggi ai prodotti, è un desiderio diffuso, spesso vero e proprio bisogno che diventa luce importante per le imprese che vogliano sì, soddisfare la gente, ma ancor più renderla fedele
Se c'è una cosa che fidelizza non è questa la semplicità?
Molta gente si comporta come quelle persone che da adolescenti facevano da monelli ma poi, con la maturità han messo la testa a posto: ecco, la bulimia da consumo lascia spazio ad una dieta disintossicante, rilassante e salutare dando aria alla cosa più semplice: ripulire e riordinare ciò che soffoca le nostre case, le nostre strade, i nostri spazi. L'emergenza, tuttora, è lo smaltimento

La semplicità, è naturale, ha bisogno di poco. Gli optional, uno dei simboli del novecento erano sovrabbondanti. Salvo poi dovere imparare ad usarli, ma la "Sindrome da libretto delle istruzioni" colpisce ormai inesorabile, e ci disarma. Non abbiamo più tempo: di gente con un quarto d'ora in più se ne trova sempre meno. No, oggi gli optional me li faccio io. È lo "user generated", baby

Allora care imprese, fare o disfare?

E gli amanti del PIL stiano pure tranquilli: disfare costa, e quindi dà lavoro, contenti? Ancora, dalla produzione alla manutenzione: quanto c'è bisogno? Dalle case a rischio frana-terremoto-inondazione (il 50% pare) alle ferrovie, dalle scuole alle mie scarpe. Ma è roba per artigiani, non per industriali. Colto il punto?

È tempo di benessere più che di lavoro fine a sé stesso. Abbiamo giocato bambini, ora rimettiamo in ordine
Questo articolo appare anche su Prometeo, newsletter di comunicazione italiana

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