mercoledì 15 gennaio 2014

Anonima Facebook

Ampi dibattiti si sviluppano, nell’era del commento on line,  sul dilemma: censura o non censura?
Il 2.0 infatti ha sortito l’effetto che fa un grande parete bianca su di un egocentrico armato di bomboletta: un irrefrenabile bisogno di imbrattarla. Ma la libertà di espressione è il peperoncino della rete

Sessant’anni di televisione ci hanno abituati, in maniera quasi antropologica, ad assister zitti e buoni allo spettacolo adesso in onda. Di colpo invece, “vuoi essere il primo a commentare”? 
Ma siamo pazzi? ‘Azz.. SI’! E giù a rispondere di pancia, in maiuscolo, liberando il vandaletto che ciascuno cova dentro in questi periodi di rabbia e crisi: si ricopre l’adolescente che c’è in noi, e zàcchete! si sfregia

La splendida protezione offerta dal mondo digitale, la distanza fisica, può essere potenziata e in questo caso aggravata, dal vile espediente dell’anonimato. Tanta gente ancora si vergogna, o semplicemente non osa, presentarsi al mondo digitale in maniera trasparente: nome cognome falsi, nickname, avatar fasulli vengono utilizzati in maniera massiccia, rendendo (quasi) immune l’attore

Aggiungiamo poi un punto complesso: l’anonimato “collettivo” esalta il fenomeno. Il gruppo diventa branco, ed esorta il vile alla veemenza, al volersi distinguere e superare limiti che, in autonomia e solitudine, non avrebbe superato. Ma perché complesso? Perché l’anonimato non è solo non avere nome: il gruppo in sé rende anonimi. La collettività spersonalizza. E spersonalizzare significa perdere responsabilità individuale

Questo accade, beninteso, anche nella vita analogica, anche per la strada o al bar. Ma la rete coi suoi grandi numeri rende l’anonimato più semplice.
Prima ancora di censurare allora sarebbe il caso di vietare l’anonimato in rete? Non saprei, ma ci rifletterei

Immagine tratta dal blog di Francesco Falconi

giovedì 28 novembre 2013

La tecnologia ci rende umani!



Lo si sente ripetere di continuo è un luogo comune ormai come la scomparsa delle mezze stagioni: "la tecnologia ci rende disumani”

La bulimia da software, l’interconnessione costante, il denudamento della privacy son tutte evidenti realtà che hanno stravolto, in pochissimi anni, il nostro modo di essere umani

Ho sempre annusato con sospetto quest’opinione. La sentivo falsa ma non capivo perché. Ora ne ho la… certezza!

L’alluvione che ha inondato la mia Sardegna mi ha indotto, come tutte le tragedie, ad alcune riflessioni, ed a sgombrare occhi e cuore dalle sicurezze. Esse spesso nascono da banali errori ma, potere del Tempo, si consolidano e diventano dogmi, e diventano tali solo per abitudine. Poi arriva un qualche cosa ed i punti fermi crollano come ponti mal progettati

Tra queste, una è proprio evidente: il diluvio di umanità piovuto sulla gente sarda è dovuto soprattutto ai social networks: disarmante nella sua semplicità, fulmineo per velocità, commovente nella sua sensibilità. Immediatezza, efficacia e umanità hanno contraddistinto le reti sociali durante e dopo  l‘alluvione

L’allarme è stato immediato: le immagini postate subito hanno comunicato tempestivamente la dimensione del disastro, molto prima che i media tradizionali potessero informare su qualcosa. E quello che han potuto fare l’han tratto proprio dai social. Facebook in primis, poi Twitter

Il fatto poi che le immagini fossero postate a caldo dai protagonisti e non mediatamente dai giornalisti ha caricato di pathos la comunicazione, coinvolgendo la gente e stimolandola ad intervenire in aiuto dei propri cari o, molto più spesso, dei propri semplici contatti. Umanità pura.

L’umanità è poi contagiosa. Tanti si son mossi vedendo, gli altri muoversi grazie ai social. Sì è quindi viralizzata la solidarietà tanto che dopo soli tre giorni tre si è arrivati a respingere gli aiuti: vestiario ed alimenti non servivano più, era già il momento di camionisti, elettricisti, idraulici e muratori. Decine di artigiani allora, in poche ore (in poche ORE) hanno donato le loro professionalità. Umanità

Ma quando qualcuno perde la casa o l’azienda, vede affacciarsi un altro nemico tra le nubi: lo scoramento. Migliaia di messaggi di solidarietà e d’incoraggiamento allora, video, foto, poesie, stavano già raggiungendo gli alluvionati, con la forza di mille torrenti

Diverse vittime mi hanno raccontato della potenza di questi gesti, e dell’energia e vitalità trasmessa da questi pensieri, di persone vicine e lontane, conosciute e sconosciute. Umanità densa

Moltissimi i  post: serve un’idropulitrice a Uras, in via…; serve un gruppo elettrogeno a.. in via..; serve una motopompa a… E le risposte arrivavano, ed essendo pubbliche si evitavano doppioni

Una paginetta  tirata su in fretta e furia da 10 dilettanti, ma non inesperti, ha fatto più dei siti istituzionali: AllertaMeteoSar ha raggiunto in 7 giorni 685.000 persone, più di un terzo della popolazione dell’Isola
Messaggi verificati con puntiglio giornalistico informavano sulle necessità e sulla loro dislocazione –il territorio alluvionato era vastissimo e a macchie di leopardo, comprendeva centri della Gallura, Barbagia, Ogliastra, Alto e Medio Campidano – e gli aggiornamenti erano rapidissimi. Umanità

Il tutto mentre la Protezione Civile pur attiva sul campo aveva ancora nella home del sito istituzionale le immagini degli incendi d’agosto. Son state sostituite solo dopo quattro giorni. Occhio ai Canadair, Eh?

Grandi assenti dalla rete infatti le Istituzioni, quelle sì, sempre poco umane. Esse infatti continuano a disdegnare i social per le loro comunicazioni ufficiali e soprattutto per quelle non ufficiali. Un grave segnale che conferma il distacco del Sistema dalla gente comune.

Siamo umani allora, e usiamo la tecnologia


giovedì 29 agosto 2013

La "Spesa in costume"




Marketing e tradizione vivono da sempre un rapporto di amore–odio

Il marketing trova nella tradizione un prezioso tesoro ma, paradossalmente, più lo rende adatto ad i suoi scopi più ne riduce il fascino. E quindi le potenzialità

Il marketing pretende la comodità, ma la tradizione è scomoda! E’ attesa, è sofferenza, è pazienza. La tradizione è intrisa di significati difficili da decifrare dove il marketing pretende invece fruibilità. La tradizione è rigida, il marketing flessibile

Nonostante ciò le tradizioni si stanno rivalutando tanto, se ne riscopre la atavica emozione e la si comunica con la narrazione. Quello storytelling di cui tanto oggi si parla. 
Possiamo riavvicinare la tradizione al marketing?

Stiamo tentando allora un esperimento: i costumi tradizionali sardi sono un patrimonio storico e artistico di inestimabile valore. Ogni singolo paese in Sardegna vanta il proprio costume, pronipote di una tradizione mutata poco nei secoli. Centinaia di modelli diversi ognuno dal fascino irresistibile, un’eleganza di vera classe ed una castissima, provocante sensualità

Ma da decenni tali magnifici costumi si usano solo per le feste tradizionali, per le processioni, per le sfilate, avendone in larga misura smarrito l’utilizzo quotidiano o, per i magnifici abiti di gala, l’utilizzo per le feste. Troppo spesso l'uso del costume è associato alle... Transenne: di qua la tradizione, di là il folclore

Ad Oristano, nel centro ovest dell’Isola stiamo organizzando un evento molto originale: invitare i tantissimi possessori dei costumi di tutta la Sardegna a tornare finalmente a passeggio per la città, spinti all’atto più semplice e quotidiano: fare la spesa

In questo metteranno del loro i commercianti del centro storico, che riserveranno degli sconti, o comunque delle offerte speciali a chi si presenterà a fare shopping vestito appunto con l’abito tradizionale. Abito sardo, naturalmente, ma non soltanto: stiamo invitando gruppi di scozzesi, bulgari, tirolesi. Di quelle regioni in cui la tradizione del costume è ancora forte. Si vuole coinvolgere la comunità senegalese perché, quel sabato di fine settembre, escano a vendere i loro prodotti con i magnifici abiti africani

Una macchia di colore impressionante per incorniciare un nuovo rapporto tra marketing e tradizione. Un colpo d’occhio fortissimo per i turisti, ma ancor più per i locali, disabituati a vedersi nella loro tradizionale eleganza. 

E’ un esperimento: chissà come andrà? 
Comunque, siete tutti invitati. Quì la pagina FB dell'evento
Beni benius!

La sfilata dei costumi per il Redentore di Nuoro 
   

venerdì 31 maggio 2013

Made in Italia





La prima crisi d’identità di un popolo, il segnale della fuga dall’appartenenza a una nazione si dimostra rifiutando la propria lingua



Il disamoramento degli italiani dall’Italia si rende manifesto, prima ancora che dal quadro politico, proprio da questo lampante fattore: gli italiani infatti, storicamente profondamente ignoranti della lingua inglese, esprimono  proprio in inglese sempre più vocaboli, siano essi  comuni oppure tecnici


Se una domestica parla di “gossip” anziché di pettegolezzo, se un ministro, ancorchè di sinistra, parla di “welfare” rivolgendosi ad un anziano, quando quasi tutti i neologismi “devono” possedere una matrice anglosassone, ecco allora dimostrato che l’uomo italiano, dall’Italia, vuole fuggire

La nazione è sfatta, Garibaldi se ne faccia una ragione


Ticket, spread, vintage, look, mouse, spending review. Per quale motivo utilizzare termini forestieri? Quale fuga mentale si cela in questo atto di comunicazione?


Il fatto preoccupa ancor più in un’economia in cui della nazione si è fatto brand: “Made in italy”, marchio popolarissimo ma contradditorio, che  già in sé confessava una visione di breve periodo: “Fatto in Italia” sarebbe stato più lungimirante.


Anche perché all’estero amano  tanto la lingua italiana. Mica sono italiani


Bye bye

domenica 12 maggio 2013

Prevedere il passato







Le previsioni oggi vivono una crisi imprevista. Mai visto nel ‘900


I sondaggi vengono irrisi, le proiezioni son roba da gossip.  I piani per il 2015 sanno di oroscopo

Ma come fare impresa senza pensare al futuro? Le previsioni serie oggi devono osservare il passato!

Tanti segnali segnali ci strattonano verso un lungo salto all’indietro, scavalcando in primis quel cinquantennio di comodissimo progresso che abbiamo appena consumato. E che ci ha consumati

Impareremo non dall’ottocento, ma dal mille avanti Cristo. Il tribalismo, la condivisione, il baratto sono elementi tornati repentinamente nella nostra vita quotidiana seppur esercitati con  mezzi postmoderni. Internet è un complice antico

La tecnologia, bellissima, ci proietta in un passato tutto nuovo e ci ricorda di parlare una lingua rimossa, ma non dimenticata. Ce l’abbiamo nella spina dorsale, nello zainetto dei ricordi fondamentali. Attenti, non sono chiacchiere, è il nostro subconscio che ci parla. Quello che comanda, mica la ragione. Sono gli archetipi, quelle forme di pensiero preesistenti di un pensiero, idee innate che coviamo da sempre nelle nostre matrici. 
In sostanza, ciò che realmente ci soddisfa non lo dobbiamo produrre ma andare a scovarlo nella soffitta di bisnonna. 

Questo è marketing, oggi, se per esso intendiamo emozionare la gente. Attenzione: la soddisfazione sta al novecento come l’emozione all’anno mille. Ed anche al duemila

Un turbinoso ritorno al passato quindi, un passato remoto alla ricerca della benevola protezione dei nostri avi. Il futuro ci ha illusi si cerca un'àncora

Il tardo novecento è stato individualista, i prodotti di valore  esaltavano l’ego. Oggi si torna a cercare un ruolo in una società: l’ego rimane, ma solo se inserito in una comunità, in un gruppo, in un sistema. Fuori dal questo nessuno ha le forze per emergere Dall’energia alla sinergia.

In sostanza quindi, non è più importante produrre. E’ decisivo scambiare! Di scoperte e di prodotti è pieno il mondo, ma non lo sappiamo! Con lo scambio, ben più economico e sostenibile della produzione, possiamo trovar le nuove idee necessarie

Anche perché dobbiamo guardare al futuro

A kent’annos!

lunedì 1 aprile 2013

Insieme si cerca meglio che da soli. Nasce QUAG







Il web è il mondo in cui le novità non sono certo una novità

Ma stavolta c’è davvero qualcosa di importante

Un motore di ricerca social, infatti, è quel modo di trovare le informazioni che va oltre gli algoritmi e, passando per la conversazione, arriva alla soluzione

Se la realtà aumentata è una realtà potenziata dal digitale, la ricerca aumentata è il contrario: una ricerca digitale potenziata dallo scambio personale delle informazioni. Il primo motore davvero postmoderno, alta tecnologia e relazione umana. Ciao

Infatti “La conoscenza non sta nel web, ma nella testa delle persone” mi disse una volta un amico che c’aveva le mani in pasta. E già, e come dargli torto?

Quag, così si chiama, è l’affascinante search engine, tutto italiano, che fonde già dal nome le query con le tag. Associa cioè il risultato della ricerca alla possibilità di dialogare con persone che hanno cercato i medesimi argomenti. Semantica digitale e relazioni quindi, aiuteranno i quaggers -io li chiamerei “le quaglie”- a perfezionare il risultato con il contributo conoscitivo degli altri utenti interessati. Sì perché permette di entrare in contatto - con una piattaforma Question&Answer - con le altre persone che hanno effettuato la medesima ricerca e che quindi hanno maturato, si presume, diverse altre conoscenze in materia
Chi ricerca non è più solo, e la cosa è tutt’altro che banale


Questo é davvero innovativo: si va quindi oltre la ricerca, che è affidata ai tradizionali motori come Google, perché le si somma al dialogo con gli altri interessati. Nascono quindi nuovi spunti,  nuove interpretazioni e sinergie. Se opportunamente utilizzato (e diffuso) può diventare un sistema di grandissimo potenziale. 
Insomma… “cerchiamo di condividere”?

Penso da tempo che oggigiorno la ricerca possa fermarsi un attimo a respirare e che sarebbe sufficiente scambiarsi tutte le conoscenze che l’Uomo ha finora conquistato. Questo sarebbe già immenso

Quante scoperte non sono condivise? Ma non per malanimo, gelosia o copyright, solo perche non si può sapere a chi queste info possano interessare. Col sistema Quag otteniamo questa preziosa informazione, ed è un eccellente passo avanti verso la mentalità della condivisione

Il sistema è semplice e rispettoso della riservatezza personale. Va ancora molto migliorato, ma è in fase beta, ossia aperto ai suggerimenti degli utenti. Potrebbe essere altrimenti? Questa è la natura di Quag

video


Buona ricerca. Condivisa!
.

domenica 31 marzo 2013

Sardegna che Passione









Sardegna, "L’Isola che Danza" è il claim, la promessa, della Regione Sardegna per il Turismo


Questa scelta è un fatto strategico, che deve accompagnarsi fedelmente in ogni situazione offerta dalla nostra Isola, e che, in quanto strategica, deve perdurare negli anni  per rafforzarsi nel tempo. Più che una promessa dev’essere un giuramento. Solo così ci si fida di una marca

Bene:
la Sardegna è l’Isola che Danza, molto bello. Ma come la mettiamo con la Settimana Santa? Il colpo allo stomaco si riceve quando si sfogliano le brochurine diffuse dall’Assessorato al Turismo.
In prima pagina giustamente il logo, rafforzato da detta promessa


Il patatrac arriva però a pagina due: dopo una incipit simile, un’isola che danza, cosa ti trovi? Gli Incappucciati! 
Le processioni delle Confraternite per i suggestivi riti della Passione. Immagine bellissima, ma stridente quanto a incoerenza con la promessa appena fatta. Una frana


Ma poi, la Sardegna, danza? 
No!



Non è certo questo a parer mio il nostro posizionamento, cioè la nostra caratteristica forte tale che i viaggiatori vengano a trovarci. Una persona sceglie di venire in Sardegna per danzare? L’espressione è bella e poetica, ma non si addice alla nostra Isola. Si danza nelle città con grandi tradizioni di  balletto: Mosca, Parigi, anche Milano. Si danza a Bali o alle Hawaii. Ma si viene in Sardegna per fare altro




Quale termine può rappresentare allora il motivo per visitare la Sardegna? Quali caratteristiche deve possedere questa espressione che poi sarà la promessa che facciamo ai nostri ospiti? 


Dev’essere intanto un motivo  vero, perché le promesse si DEVONO mantenere. Poi deve essere intrigante, altrimenti non interessa nessuno. E poi perdurare nel tempo, valido in tutte le stagioni e per tanti anni. Il posizionamento come già scritto sopra è un fatto strategico.



A me piacerebbe molto “Sardegna, l’Isola del mistero”.
Il mistero è certamente un fatto intrigante e seducente. Tutti noi siamo attratti e vogliamo risolvere i misteri. Il mistero è connaturato all’essere un’isola. Il mistero è affascinante. Il mistero è nero ed elegante. 


Siamo in grado di mantenere la promessa del mistero? Direi proprio di sì:
iniziamo dal Carnevale. Cosa c’è di più misterioso delle maschere, e delle nostre millenarie tradizioni? Mamuthones e Thurpos, Boes e Merdules; e non è forse misterioso Su Componidori?
 


Passiamo poi per la Settimana Santa, che del Mistero fa il suo significato: la morte e la Resurrezione.
Segue maggio, il mese Mariano, ricco di feste e sagre a sfondo religioso. Ciascuna di essa nasce da una leggenda, e non può esistere leggenda senza mistero.


E l’Ardia? E i Candelieri? E la Corsa degli Scalzi?
Cambiamo scenario: l’estate! La scoperta delle calette, l’avventura, e poi diciamolo, il cucco! Non è tutto un mistero questo? Dai fondali marini alla vita in discoteca il mistero avvolge, attira e stimola i visitatori.


Ancora tradizioni fino a settembre e ottobre, e la scoperta della Sardegna fuori stagione. Cosa sarà?
Appunto: archeologia, il mistero dei Nuraghi, delle Domus de janas, dei Giganti di Mont’e Prama, del significato dei templi del Sulcis;
e delle nostre chiese, ognuna con la sua lunga storia misteriosa da scoprire.



La storia di Eleonora poi,e della Carta de Logu di cui non si trovano gli originali.
Quant’altro di misterioso possiede la Sardegna? Lascio a voi di continuare l’elenco, ma voglio aggiungere ancora una sola cosa

La tecnica che tanto sta funzionando per promuovere le marche, prodotti o destinazioni che siano, è lo Storytelling, l’arte della narrazione. Quanto è connaturata la capacità di raccontare, nella stile e filosofia  dell’uomo sardo? E quanto, nella fiaba e nel racconto, il mistero si può stimolare, arricchire e, solo parzialmente, disvelare?
Ma ci vuole tanta, tanta passione

Felice Pasqua! Alla Resurrezione!










venerdì 1 marzo 2013

Se la moda è fuori moda


Già.. Nel momento in cui i prodotti son sempre più personalizzati ognuno fa la sua moda. Contraddizione in termini visto che, in statistica, per moda s’intende la modalità (o la classe di modalità) caratterizzata dalla massima frequenza..

Il nostro animale sociale, cambiato il senso di società grazie ai nuovi mezzi per fare società, cerca di ricrearsi un ruolo distinguendosi nei comportamenti, ed i consumi ne sono lo strumento. Cresce la tendenza alla co-creazione, ognuno stilista di sé stesso, ciascuno guru della propria moda. Dalla moda si passa allo stile

Co-creazione? Produrre, o meglio realizzare prodotti con quelle aziende che dialogano con il loro pubblico. Questo grazie al 2.0 la possibilità che oggi abbiamo di intervenire e commentare in rete. Ma attenzione questa non è affatto una moda. E’ solo la più imponente evoluzione che la società abbia mai vissuto, e che sconvolge per la sua impressionante rapidità

Poi si va ben oltre le aziende. Vogliamo parlare del baratto? Non ce n’è bisogno, lo sapete già
I social network nella loro funzione di aggregatori diventano degli elementi per distinguersi. Il “like”  fa moda ma è una moda che dura lo spazio di un amen. Il quarto d’ora di celebrità profetizzato da un certo Andy Warhol

Inesorabile la tendenza al meticcio: figlio naturale della globalizzazione, fondere stili, culture, condotte diverse diventa naturale e stimolante. Cambiano anche i ritmi e i tempi. Ma il tempo va di moda? Uhm, sto divagando...

Il meticcio allora, il patchwork. Assumere tratti da culture diverse ed assemblarli a seconda della funzione e della situazione d’uso. Vai tu, azienda, a prevederle

Ma le industrie devono producono in grandi quantità, è insito nel loro pensare di avvalersi di quel comodissimo strumento che è la moda. Troppo facile, non funziona più così

Ecco la crisi: perché la moda è fuori moda

Omaggi alla signora

mercoledì 30 gennaio 2013

La fine dei manager?


Non è che i manager fanno male al business?



O meglio, forse i manager fan male alla società, di cui il business è solo una parte, per quanto importante? Non è che il business è talmente sopravvalutato da farsi male da solo? Cori corri ma poi ci sbatti il muso!

Mi sorge il dubbio: ma i manager servon davvero? Da quando sono arrivati nella sanità, nella scuola, nell’editoria, tutto quanto abbiano toccato è finito a rotoli. E che, devi esser proprio manager per far bene il tuo lavoro?

Essi, occhio attento a costi e ricavi perdono di vista la filosofia d’impresa, e da lì il patatrac. Piano con le provocazioni, chiaro che i conti devono tornare, ma avverto un pauroso calo del ruolo dell’imprenditore in favor del manager: la lungimiranza cede alla gestione quotidiana, l’azione prevale sulla visione, la tattica domina la strategia: la ricerca del risultato si sposta sul breve periodo ed ora, che siamo alla distanza, ne strapaghiamo le conseguenze.  Si avverte in tutto: arte, giustizia, politica

Troppa economia e poca società, troppo cervello e poco cuore, ed il sangue non circola più

Troppa razionalità quindi, “risultati concreti” si pretendono a discapito della ricerca, dell’innovazione e soprattutto, della riscoperta della tradizione, tutte cose che costano come costa seminare. La trimestrale, il bilancino di brevissimo periodo dovrebbe essere vietato per legge

Le professioni tornino ai professionisti: là dove al vertice è arrivato il manager il patrimonio professionale si è sciupato e appassito. Valori, deontologia, etica, tutte voci che non appaiono nei bilanci. Ma fanno tanto bene

Poi si dice che la colpa è della crisi...

lunedì 14 gennaio 2013

Superbasta!


         Se c’è un modo per sminuir le cose ormai, è chiamarle “super”. Basta! Accessorio dell’inflazione, il prefisso lo si utilizza proprio quando un sostantivo è ormai abusato, essendone svilito il significato. Non a caso di ‘sti tempi lo so trova appiccicato dappertutto: il supertecnico, il superconsulente, il superministro, il superperfavore... Un’ubriacatura

         Nah, come diceva quello, “Beato il popolo che non ha bisogno di eroi”, allora beati coloro che si avvalgono di professionisti del tutto terreni. Bravi, bravissimi, ma “normali”

              Usare il super è un po’ come scrivere tutto maiuscolo: irrita

         Sì, abbassare la voce, i toni, i prefissi per farsi ascoltare meglio. Non di più, ma meglio, proprio come nell’ottica del 3.0. Cos’è? Quella del marketing sostenibile, di quello umano, autentico. In fondo se c’è una cosa fasulla è proprio quella super

          I prodotti non devono essere “super”. Devono essere “adatti”

      Strumenti? La buona vecchia segmentazione, ma solo per i prodotti di massa. L’ottimo marketing tribale invece per quelli di nicchia, riservati ai veri amanti del prodotto
          Lo studio più bello, ancorché non nuovissimo rimane quello di Bernard Cova: Il Marketing Tribale. Quale passione accomuna gli utilizzatori? Con chi usi il prodotto? Come lo usi? Come imparare da loro a perfezionare il prodotto? Il discorso si fa interessante, ma niente di superiore. Passionale, sì, e per questo assolutamente normale

Vi auguro un normalissimo nuovo anno!
Andrew


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