domenica 12 maggio 2013

Prevedere il passato







Le previsioni oggi vivono una crisi imprevista. Mai visto nel ‘900


I sondaggi vengono irrisi, le proiezioni son roba da gossip.  I piani per il 2015 sanno di oroscopo

Ma come fare impresa senza pensare al futuro? Le previsioni serie oggi devono osservare il passato!

Tanti segnali segnali ci strattonano verso un lungo salto all’indietro, scavalcando in primis quel cinquantennio di comodissimo progresso che abbiamo appena consumato. E che ci ha consumati

Impareremo non dall’ottocento, ma dal mille avanti Cristo. Il tribalismo, la condivisione, il baratto sono elementi tornati repentinamente nella nostra vita quotidiana seppur esercitati con  mezzi postmoderni. Internet è un complice antico

La tecnologia, bellissima, ci proietta in un passato tutto nuovo e ci ricorda di parlare una lingua rimossa, ma non dimenticata. Ce l’abbiamo nella spina dorsale, nello zainetto dei ricordi fondamentali. Attenti, non sono chiacchiere, è il nostro subconscio che ci parla. Quello che comanda, mica la ragione. Sono gli archetipi, quelle forme di pensiero preesistenti di un pensiero, idee innate che coviamo da sempre nelle nostre matrici. 
In sostanza, ciò che realmente ci soddisfa non lo dobbiamo produrre ma andare a scovarlo nella soffitta di bisnonna. 

Questo è marketing, oggi, se per esso intendiamo emozionare la gente. Attenzione: la soddisfazione sta al novecento come l’emozione all’anno mille. Ed anche al duemila

Un turbinoso ritorno al passato quindi, un passato remoto alla ricerca della benevola protezione dei nostri avi. Il futuro ci ha illusi si cerca un'àncora

Il tardo novecento è stato individualista, i prodotti di valore  esaltavano l’ego. Oggi si torna a cercare un ruolo in una società: l’ego rimane, ma solo se inserito in una comunità, in un gruppo, in un sistema. Fuori dal questo nessuno ha le forze per emergere Dall’energia alla sinergia.

In sostanza quindi, non è più importante produrre. E’ decisivo scambiare! Di scoperte e di prodotti è pieno il mondo, ma non lo sappiamo! Con lo scambio, ben più economico e sostenibile della produzione, possiamo trovar le nuove idee necessarie

Anche perché dobbiamo guardare al futuro

A kent’annos!

lunedì 1 aprile 2013

Insieme si cerca meglio che da soli. Nasce QUAG







Il web è il mondo in cui le novità non sono certo una novità

Ma stavolta c’è davvero qualcosa di importante

Un motore di ricerca social, infatti, è quel modo di trovare le informazioni che va oltre gli algoritmi e, passando per la conversazione, arriva alla soluzione

Se la realtà aumentata è una realtà potenziata dal digitale, la ricerca aumentata è il contrario: una ricerca digitale potenziata dallo scambio personale delle informazioni. Il primo motore davvero postmoderno, alta tecnologia e relazione umana. Ciao

Infatti “La conoscenza non sta nel web, ma nella testa delle persone” mi disse una volta un amico che c’aveva le mani in pasta. E già, e come dargli torto?

Quag, così si chiama, è l’affascinante search engine, tutto italiano, che fonde già dal nome le query con le tag. Associa cioè il risultato della ricerca alla possibilità di dialogare con persone che hanno cercato i medesimi argomenti. Semantica digitale e relazioni quindi, aiuteranno i quaggers -io li chiamerei “le quaglie”- a perfezionare il risultato con il contributo conoscitivo degli altri utenti interessati. Sì perché permette di entrare in contatto - con una piattaforma Question&Answer - con le altre persone che hanno effettuato la medesima ricerca e che quindi hanno maturato, si presume, diverse altre conoscenze in materia
Chi ricerca non è più solo, e la cosa è tutt’altro che banale


Questo é davvero innovativo: si va quindi oltre la ricerca, che è affidata ai tradizionali motori come Google, perché le si somma al dialogo con gli altri interessati. Nascono quindi nuovi spunti,  nuove interpretazioni e sinergie. Se opportunamente utilizzato (e diffuso) può diventare un sistema di grandissimo potenziale. 
Insomma… “cerchiamo di condividere”?

Penso da tempo che oggigiorno la ricerca possa fermarsi un attimo a respirare e che sarebbe sufficiente scambiarsi tutte le conoscenze che l’Uomo ha finora conquistato. Questo sarebbe già immenso

Quante scoperte non sono condivise? Ma non per malanimo, gelosia o copyright, solo perche non si può sapere a chi queste info possano interessare. Col sistema Quag otteniamo questa preziosa informazione, ed è un eccellente passo avanti verso la mentalità della condivisione

Il sistema è semplice e rispettoso della riservatezza personale. Va ancora molto migliorato, ma è in fase beta, ossia aperto ai suggerimenti degli utenti. Potrebbe essere altrimenti? Questa è la natura di Quag

video


Buona ricerca. Condivisa!
.

domenica 31 marzo 2013

Sardegna che Passione









Sardegna, "L’Isola che Danza" è il claim, la promessa, della Regione Sardegna per il Turismo


Questa scelta è un fatto strategico, che deve accompagnarsi fedelmente in ogni situazione offerta dalla nostra Isola, e che, in quanto strategica, deve perdurare negli anni  per rafforzarsi nel tempo. Più che una promessa dev’essere un giuramento. Solo così ci si fida di una marca

Bene:
la Sardegna è l’Isola che Danza, molto bello. Ma come la mettiamo con la Settimana Santa? Il colpo allo stomaco si riceve quando si sfogliano le brochurine diffuse dall’Assessorato al Turismo.
In prima pagina giustamente il logo, rafforzato da detta promessa


Il patatrac arriva però a pagina due: dopo una incipit simile, un’isola che danza, cosa ti trovi? Gli Incappucciati! 
Le processioni delle Confraternite per i suggestivi riti della Passione. Immagine bellissima, ma stridente quanto a incoerenza con la promessa appena fatta. Una frana


Ma poi, la Sardegna, danza? 
No!



Non è certo questo a parer mio il nostro posizionamento, cioè la nostra caratteristica forte tale che i viaggiatori vengano a trovarci. Una persona sceglie di venire in Sardegna per danzare? L’espressione è bella e poetica, ma non si addice alla nostra Isola. Si danza nelle città con grandi tradizioni di  balletto: Mosca, Parigi, anche Milano. Si danza a Bali o alle Hawaii. Ma si viene in Sardegna per fare altro




Quale termine può rappresentare allora il motivo per visitare la Sardegna? Quali caratteristiche deve possedere questa espressione che poi sarà la promessa che facciamo ai nostri ospiti? 


Dev’essere intanto un motivo  vero, perché le promesse si DEVONO mantenere. Poi deve essere intrigante, altrimenti non interessa nessuno. E poi perdurare nel tempo, valido in tutte le stagioni e per tanti anni. Il posizionamento come già scritto sopra è un fatto strategico.



A me piacerebbe molto “Sardegna, l’Isola del mistero”.
Il mistero è certamente un fatto intrigante e seducente. Tutti noi siamo attratti e vogliamo risolvere i misteri. Il mistero è connaturato all’essere un’isola. Il mistero è affascinante. Il mistero è nero ed elegante. 


Siamo in grado di mantenere la promessa del mistero? Direi proprio di sì:
iniziamo dal Carnevale. Cosa c’è di più misterioso delle maschere, e delle nostre millenarie tradizioni? Mamuthones e Thurpos, Boes e Merdules; e non è forse misterioso Su Componidori?
 


Passiamo poi per la Settimana Santa, che del Mistero fa il suo significato: la morte e la Resurrezione.
Segue maggio, il mese Mariano, ricco di feste e sagre a sfondo religioso. Ciascuna di essa nasce da una leggenda, e non può esistere leggenda senza mistero.


E l’Ardia? E i Candelieri? E la Corsa degli Scalzi?
Cambiamo scenario: l’estate! La scoperta delle calette, l’avventura, e poi diciamolo, il cucco! Non è tutto un mistero questo? Dai fondali marini alla vita in discoteca il mistero avvolge, attira e stimola i visitatori.


Ancora tradizioni fino a settembre e ottobre, e la scoperta della Sardegna fuori stagione. Cosa sarà?
Appunto: archeologia, il mistero dei Nuraghi, delle Domus de janas, dei Giganti di Mont’e Prama, del significato dei templi del Sulcis;
e delle nostre chiese, ognuna con la sua lunga storia misteriosa da scoprire.



La storia di Eleonora poi,e della Carta de Logu di cui non si trovano gli originali.
Quant’altro di misterioso possiede la Sardegna? Lascio a voi di continuare l’elenco, ma voglio aggiungere ancora una sola cosa

La tecnica che tanto sta funzionando per promuovere le marche, prodotti o destinazioni che siano, è lo Storytelling, l’arte della narrazione. Quanto è connaturata la capacità di raccontare, nella stile e filosofia  dell’uomo sardo? E quanto, nella fiaba e nel racconto, il mistero si può stimolare, arricchire e, solo parzialmente, disvelare?
Ma ci vuole tanta, tanta passione

Felice Pasqua! Alla Resurrezione!










venerdì 1 marzo 2013

Se la moda è fuori moda


Già.. Nel momento in cui i prodotti son sempre più personalizzati ognuno fa la sua moda. Contraddizione in termini visto che, in statistica, per moda s’intende la modalità (o la classe di modalità) caratterizzata dalla massima frequenza..

Il nostro animale sociale, cambiato il senso di società grazie ai nuovi mezzi per fare società, cerca di ricrearsi un ruolo distinguendosi nei comportamenti, ed i consumi ne sono lo strumento. Cresce la tendenza alla co-creazione, ognuno stilista di sé stesso, ciascuno guru della propria moda. Dalla moda si passa allo stile

Co-creazione? Produrre, o meglio realizzare prodotti con quelle aziende che dialogano con il loro pubblico. Questo grazie al 2.0 la possibilità che oggi abbiamo di intervenire e commentare in rete. Ma attenzione questa non è affatto una moda. E’ solo la più imponente evoluzione che la società abbia mai vissuto, e che sconvolge per la sua impressionante rapidità

Poi si va ben oltre le aziende. Vogliamo parlare del baratto? Non ce n’è bisogno, lo sapete già
I social network nella loro funzione di aggregatori diventano degli elementi per distinguersi. Il “like”  fa moda ma è una moda che dura lo spazio di un amen. Il quarto d’ora di celebrità profetizzato da un certo Andy Warhol

Inesorabile la tendenza al meticcio: figlio naturale della globalizzazione, fondere stili, culture, condotte diverse diventa naturale e stimolante. Cambiano anche i ritmi e i tempi. Ma il tempo va di moda? Uhm, sto divagando...

Il meticcio allora, il patchwork. Assumere tratti da culture diverse ed assemblarli a seconda della funzione e della situazione d’uso. Vai tu, azienda, a prevederle

Ma le industrie devono producono in grandi quantità, è insito nel loro pensare di avvalersi di quel comodissimo strumento che è la moda. Troppo facile, non funziona più così

Ecco la crisi: perché la moda è fuori moda

Omaggi alla signora

mercoledì 30 gennaio 2013

La fine dei manager?


Non è che i manager fanno male al business?



O meglio, forse i manager fan male alla società, di cui il business è solo una parte, per quanto importante? Non è che il business è talmente sopravvalutato da farsi male da solo? Cori corri ma poi ci sbatti il muso!

Mi sorge il dubbio: ma i manager servon davvero? Da quando sono arrivati nella sanità, nella scuola, nell’editoria, tutto quanto abbiano toccato è finito a rotoli. E che, devi esser proprio manager per far bene il tuo lavoro?

Essi, occhio attento a costi e ricavi perdono di vista la filosofia d’impresa, e da lì il patatrac. Piano con le provocazioni, chiaro che i conti devono tornare, ma avverto un pauroso calo del ruolo dell’imprenditore in favor del manager: la lungimiranza cede alla gestione quotidiana, l’azione prevale sulla visione, la tattica domina la strategia: la ricerca del risultato si sposta sul breve periodo ed ora, che siamo alla distanza, ne strapaghiamo le conseguenze.  Si avverte in tutto: arte, giustizia, politica

Troppa economia e poca società, troppo cervello e poco cuore, ed il sangue non circola più

Troppa razionalità quindi, “risultati concreti” si pretendono a discapito della ricerca, dell’innovazione e soprattutto, della riscoperta della tradizione, tutte cose che costano come costa seminare. La trimestrale, il bilancino di brevissimo periodo dovrebbe essere vietato per legge

Le professioni tornino ai professionisti: là dove al vertice è arrivato il manager il patrimonio professionale si è sciupato e appassito. Valori, deontologia, etica, tutte voci che non appaiono nei bilanci. Ma fanno tanto bene

Poi si dice che la colpa è della crisi...

lunedì 14 gennaio 2013

Superbasta!


         Se c’è un modo per sminuir le cose ormai, è chiamarle “super”. Basta! Accessorio dell’inflazione, il prefisso lo si utilizza proprio quando un sostantivo è ormai abusato, essendone svilito il significato. Non a caso di ‘sti tempi lo so trova appiccicato dappertutto: il supertecnico, il superconsulente, il superministro, il superperfavore... Un’ubriacatura

         Nah, come diceva quello, “Beato il popolo che non ha bisogno di eroi”, allora beati coloro che si avvalgono di professionisti del tutto terreni. Bravi, bravissimi, ma “normali”

              Usare il super è un po’ come scrivere tutto maiuscolo: irrita

         Sì, abbassare la voce, i toni, i prefissi per farsi ascoltare meglio. Non di più, ma meglio, proprio come nell’ottica del 3.0. Cos’è? Quella del marketing sostenibile, di quello umano, autentico. In fondo se c’è una cosa fasulla è proprio quella super

          I prodotti non devono essere “super”. Devono essere “adatti”

      Strumenti? La buona vecchia segmentazione, ma solo per i prodotti di massa. L’ottimo marketing tribale invece per quelli di nicchia, riservati ai veri amanti del prodotto
          Lo studio più bello, ancorché non nuovissimo rimane quello di Bernard Cova: Il Marketing Tribale. Quale passione accomuna gli utilizzatori? Con chi usi il prodotto? Come lo usi? Come imparare da loro a perfezionare il prodotto? Il discorso si fa interessante, ma niente di superiore. Passionale, sì, e per questo assolutamente normale

Vi auguro un normalissimo nuovo anno!
Andrew


mercoledì 3 ottobre 2012

Buropa


L’Europa, il baluardo della democrazia, inciampa su sé stessa ed infrange lo specchio: la burocrazia spodesta il popolo ed i giochi sono fatti: per pochi, ma non per tutti. L’Europa della Nazioni, delle tante lingue, dei diritti e delle differenze diventa la mamma dello standard, dell’uniforme, della norma. Tutti uguali. A noi?

     Nell’epoca del guerrilla marketing suona sarcastico l’anacronismo. Il marketing delle emozioni, dei sensi, del crowdsourcing deve compilare il modulo che ne attesti la conformità. No, non ci siamo proprio

     Amo l’Europa da sempre ma mi sento in forte crisi: non per l’Euro, di cui non tratto per incompetenza: no, ciò che affligge il mio europeismo è proprio quella burocrazia che, in nome di una giustizia lontana, uccide il modo di vivere dei centomila borghi che l’hanno costituita, delle mille lingue e dialetti, delle variopinte culture

     E’ sacrosanto che una megaindustria segua delle discipline rigorosamente inquadrate. Ma estendere tali vincoli alla microimpresa suona come un favore troppo spudorato per le multinazionali, vero legislatore di Bruxelles, a danno di migliaia e migliaia di piccole attività. Esse sono la fucina della creatività e del buon senso, del rapporto personale perché personale, senza database di sorta. Ne va del piacere del singolo individuo, il traguardo di chi fa marketing per le piccole realtà

     Ovvio quindi che una grande impresa rispetti certi standard. Vende in tutto il mondo, deve dare garanzie. Ma l’impresa individuale che vende al vicino di casa è controllata più efficacemente dai propri clienti che non dal modulo prestampato e sottoscritto. L’igiene e la sicurezza, nella microimpresa, si tutelano col buon senso, non con le raccomandate

     Per contro le grandi industrie scappano nel quarto mondo a dispetto dei diritti dell’uomo. Non ha più ragione d’essere

     Un sistema di lacciuòli talmente distante dal nostro paesello che è disarmante pensare di combatterlo. “Lo vuole l’Europa” è la risposta del burocrate locale quando voglia tagliar corto. Non c’è appello

     No, non è questo che desiderava la gente quando ha aderito con entusiasmo all’Europa. E non lo volevano certamente neanche i suoi tanti Padri fondatori, da Mazzini a Spinelli

     Siamo a un punto di non ritorno? Il marketing ha bisogno di agire rapido, di capire cosa si desidera, meglio di anticipare i desideri, di offrire soluzioni autentiche, vere. Ma la società, la gente e le imprese, si sentono sole e non trovano più nell’Europa quell’egida che le ha permesso un tempo di crescere e prosperare

Speraus beni!

lunedì 2 aprile 2012

Digital reporter di gelati




Un’iniziativa piuttosto fresca mi viene segnalata da Viralbeat. Parliamone..


Una strana marca di gelati vuol crear coinvolgimento tra le piazze, e si sta organizzando per andare in tour a fare decisamente animazione. Lo Scoop Tour, dal 7 maggio al 17 giugno


Fin qua nulla di nuovo. Va da sé che, se animazione dev’essere, non si può certo star solo sul mondo analogico, tangibile ma introverso, e s’ha da navigare là dove la gente entra in relazione: Facebook


La cosa originale sta nel fatto che si vuole affidare la gestione della comunicazione ad un “dilettante” digitale. E certo, non esistono più i professionisti di una volta, dove vai a trovarlo un digital reporter? Naturalmente dovrà vantare una certa formazione e cultura di marketing e comunicazione digitale, mica sono scemi


Ed eccoci alla ricerca: il giovanotto (s‘immagina) andrà pescato nella rete


Un passaparola digitale per trovare il candidato, che dovrà dimostrare le proprie attitudini nella maniera più naturale ma non certo scontata: una video candidatura ed una lettera motivazionale che verranno pubblicate sul sito di Ben & Jerry’s la marca committente. Eh, qui ti voglio: vai che inizia il lavoro, dimostra le tue attitudini e comunica come comunicherai


Interessante questo punto, che permette inoltre di creare una forte animazione sulla brandpage, e contemporaneamente costituisce una bacheca per far incontrare i tanti aspiranti con le altre imprese che cercano figure similari: non è certo facile infatti trovare tali emergenti profili negli annunci di un quotidiano


Non si cerca magari un digital reporter, ma una persona che dimostri la sua competenza social e soprattutto tanta flessibilità essendo in grado di adattarsi a professioni in continua evoluzione. Con la sicura benedizione del Professor Monti


Serve anche un CV ma è vivamente sconsigliato il formato Europeo! Siano benedetti

Ps. La paghetta per 40 giorni di lavoro è di 4000 euro…


Pps. Ok, non vuoi più fare l’avvocato. Questo è il link con le info

Divertitevi!

mercoledì 14 marzo 2012

Dagli slogan allo Storytelling






Cambia il mondo e cambia la comunicazione. Mentre la fretta ci spinge ed il tempo tutto nostro scarseggia, si allungano i tempi da dedicarsi ai brand. Paradossale? Certamente sì



La comunicazione, anticipatrice di mode e tendenze, intuisce il bisogno di calma e si prende tutto il suo tempo. Lasciamola raccontare: dallo slogan, il concentrato di messaggi, allo storytelling, l’espressione narrativa estesa



Esso è entrato già da tanto nelle strategie comunicative delle imprese più sensibili, fin da prima che i mulini fossero bianchi. Ora si affina e la tecnica si divulga: cosa sta alla sua base?



Il piacere che proviamo nel sentir raccontare una storia rispetto alla fatica di analizzare una tabella, pur con la stessa “quantità” d’informazioni. Ma è la qualità che parla alla nostra pancia, al cervello rettile, quello che memorizza e prende le decisioni. E’ un linguaggio a colori, ammaliante e coinvolgente, e perciò eleva la soglia di attenzione, rendendoci prima ricettivi e dopo creativi



Cela infatti nel suo grembo un importante germe: vuol essere ri-raccontato, facendo aggiungere a ciascuno di noi nuovi spunti suggestivi. E’ la mamma del marketing virale e della co-creazione del messaggio



Il racconto ci mette tutti d’accordo: secondo i sociologi rafforza il gruppo; per gli psicologi la nostra mente è connaturata alla creazione di storie; per gli antropologi è il nostro naturale strumento di trasmissione ed evoluzione della conoscenza



Il racconto risveglia nel cervello meccaniche ancestrali e primordiali, stimolando il nostro desiderio di socialità e ci porta a condividerlo. Le storie rafforzano il legame affettivo nella persona, tra le persone ed il brand. Ma come ottenere questo privilegio? Gli scenari diventano storie quando gli si aggiunge un’emozione. Ecco, la materia prima dello storytelling: l’emozione



Ma non basta: per essere davvero forte, il racconto deve rappresentare una novità: pur intessuto su una trama che si ripete in tanti altri racconti, il suo disegno deve essere originale
Deve essere utile: la sua morale deve sempre fornire un insegnamento pratico


Magari offrire incentivi, ottimo scivolo per indurre all’azione, che poi è sempre l’obiettivo finale: compra, oppure parla , bene o male, di me


Cosa ne pensi?

lunedì 27 febbraio 2012

Marketing senza burocrazia












Un’altra faticaccia che il marketing deve ora affrontare è di ridimensionare la burocrazia Tutti la odiamo, e il marketing non lo può ignorare




Il passaggio dal marketing industriale a quello su misura rende inutile, se non dannoso, il ricorso sistematico alla procedura, alla catalogazione, allo standard







Beninteso, non tutto il marketing si deve comportar così, ma solo quello legato a prodotti, o esperienze, che appagano la parte volubile della nostra personalità






Una parte che cresce giorno dopo giorno. Cambiamo gusti, comportamenti e stili di vita spesso, volentieri e talvolta anche malvolentieri. Come fare non so, ma è da fare





Se la cultura della società si rivoluziona, serve allora una rivoluzione culturale nelle imprese: la burocrazia va bene per i clienti, ma la personalizzazione, lo dice la parola, è adatta alle persone Ma tu, ti senti cliente o persona?





Il marketing che ha sempre vissuto di statistiche e segmenti, il marketing grigio del’aggregazione in gruppi omogenei, pur dannatamente bisognoso di queste informazioni deve abdicare: prima all’unicità, ma poi scopre che ciascuno di noi non è uno, ma cambia radicalmente a seconda dei momenti. I nostri database invecchiano a velocità impressionanti




Dalla burocrazia alla conversazione, quindi, con l’esplosione dello storytellig e del content marketing. E’ un cambio di mentalità molto difficile da realizzarsi. Dalla sicurezza della ricerca di mercato all’incertezza di un finale creato dalle persone. Dal ritorno sull’investimento a quello sulla reputazione. E’ dura, ma molto bella



Un concetto fondamentale del fare marketing attraverso i contenuti infatti, è la profonda conoscenza non solo del comportamento di acquisto ma dei suoi sentimenti. Burocrazia? E come?


Cordialità

Condividi qui